Rinascita

Venerdì 29 ottobre 2010

 

Quegli sprechi chiamati stipendi

 

di Rita Dietrich

 

Per risolvere i problemi relativi alla crisi la ricetta trovata sia dalle aziende private che dallo Stato è quella di tagliare la voce di spesa più consistente: quella degli stipendi. Poco importa se il tasso ufficiale della disoccupazione è aumentato (11%) comprendendo anche i cassaintegrati, i precari e gli inoccupati, ovvero chi si è così scoraggiato da non cercare più il lavoro. Poco importa se un giovane su quattro non riesce a trovare una sistemazione e se il saldo tra posti acquisiti e quelli persi negli ultimi due anni è di circa -560mila. L’essenziale è risparmiare e fare ritornare i conti, anche a costo di lasciare le persone a casa. Purtroppo però questo è un circolo vizioso, perché se l’occupazione va in crisi, le persone non guadagnano e di conseguenza non spendono, se non ci sono clienti le imprese non vendono, e se le imprese non vendono falliscono o devono ridurre il personale, ovvero altre persone a casa.

Se gli impiegati nel privato devono combattere con la cassa integrazione, la mobilità e i trasferimenti delle imprese all’estero, gli statali non stanno certo meglio. A causa del patto di stabilità che impone il rientro del debito pubblico, nei prossimi anni professori, bidelli, ricercatori universitari e vincitori di concorso pubblico in attesa di impiego possono soltanto aumentare. Sono gli effetti del programma di contenimento delle spese dello Stato effettuato dal ministro Brunetta. A pagarne le spese non è chi ha doppi e tripli incarichi nella P.A, non sono i privilegiati che ottengono favori e benefici provenienti da appalti e consulenze poco trasparenti, ma è stata la povera gente comune, quella che fino a poco tempo fa riusciva a portare a casa poco più di mille euro, ed ora nemmeno quello! Il bello di tutto ciò è che il ministro dei tagli se ne compiace, come fa più in generale Sacconi, considerando tutto ciò un successo a costo zero.  Ma questo costo zero si è ottenuto soprattutto con il risparmio di stipendi dei precari e con il blocco delle assunzioni, non con una peculiare ricerca degli sprechi!

Così, secondo la politica dei tagli a discapito della ripresa economica, Brunetta afferma con orgoglio che “per merito” suo vi saranno in un paio di anni 300 mila unità in meno.
“Come al solito, in Italia, si continuano a far veicolare numeri e statistiche” ha commentato Alessio Mercanti del Comitato XXVII Ottobre che in settimana ha manifestato a Montecitorio in rappresentanza dei circa 100mila giovani vincitori di concorso ma in attesa di collocazione. “Purtroppo però ci si dimentica che dietro quelle cifre assurde- continua Mercanti-, ci sono uomini e donne, ragazzi e ragazze, che vivono quotidianamente nell’incertezza del proprio futuro e che ora, a distanza di un interminabile tempo, sono ancora in attesa di ottenere quel posto meritatamente guadagnato attraverso il meccanismo costituzionalmente garantito, ed altamente meritocratico”.
Il problema è che al momento di probabilità che questi problemi vengano risolti ce ne sono veramente poche. Altrimenti i ministri italiani come non potrebbero vantarsi dei risultati positivi delle loro manovre.

Il fatto è che questa assurda situazione, che considera gli stipendi degli sprechi e non delle risorse che permettono alle persone di far girare l’economia italiana, è dovuta da anni ed anni di disfunzioni incancrenite e da errori del governi, che hanno cercato di conquistarsi gli assensi popolari con scelte miopi e non ponderate.

Così, sempre alla gente comune, proprio quella che se è fortunata stenta ad arrivare a fine mese con lo stipendio, se invece non lo è, sta direttamente a casa, rimangono soltanto una serie di domande: perché non si mette un blocco al trasferimento delle imprese  all’estero? perchè si indicono i concorsi per poi non assumere i vincitori? perché si prendono tanti precari senza mai regolarizzarli? ma soprattutto perché nessun governo, di nessun schieramento, è riuscito a prevenire questo crollo quando i segni di rottura c’erano da anni? 

 

Rinascita, 29 ottobre 2010