L'Unità

Sabato 9 aprile 2011

 

Precari, il corteo di Roma

 

di Luciana Cimino

 

 

Ho il sicuro affuturato”, scriveva con geniale preveggenza, parafrasando un noto motto, Andrea Pazienza quasi 30 anni fa. I giovani italiani “il sicuro”, la sicurezza di una casa, di un reddito, di una famiglia, di una condizione sociale che li emancipi da questa pseudo povertà indegna di un paese occidentale, non ce l’hanno nel presente e non ce l’avranno neanche in questo fumoso futuro. Per questo oggi sono scesi per strada a Roma e in altre 30 città per dire non solo che sono stremati ma anche per ricordare che sono la parte produttiva dell’Italia e che solo un Paese che ha coscientemente deciso di suicidarsi può tenerli ancora ai margini della scena politica e sociale.


Al di là dei numeri, il dato che chi governa e chi ha il compito di fare opposizione devono cogliere è questo: per la prima volta i precari di tutti i settori si sono organizzati autonomamente, si sono guardati in faccia, si sono conosciuti fra di loro anziché rimanere monadi isolate nelle loro problematiche di categoria e nel corso delle mille assemblee di preparazione a questa giornata del 9 aprile hanno deciso di contarsi e di contare. I partiti, da Sel al Pd a Rifondazione all’Idv hanno aderito, senza portare bandiere. Lo stesso ha fatto la Cgil. Fra i manifestanti, defilata ma convinta, sfilava anche il segretario generale Susanna Camusso.


Il corteo scivola per le vie di Roma raccontando con gli striscioni una realtà che ogni famiglia conosce. Perché sono un milione e mezzo (dati Istat) i contratti atipici nel nostro paese. Ci sono quelli della Pubblica Amministrazione, come Giulia 31 anni che in teoria precaria non è perché ha vinto un concorso a tempo indeterminato all’Istituto per il Commercio Estero ma il Governo ha deciso che c’è il blocco del turn over e loro hanno calcolato che per far scorrere tutte le graduatorie ci vorranno almeno 10 anni. «Sono laureata – dice di se – ho un dottorato, un master, parlo tre lingue, competenze che non mi sono servite a nulla. Scado ogni 5 mesi» . Ci sono i ragazzi delle cooperative sociali che assistono i disabili e gli anziani per stipendi che oscillano tra i 500 e gli 800 euro al mese. Non hanno diritto a ferie, a malattia, a tredicesime. Ma chi li ha qui del resto? “La meglio gioventù” del paese è priva dei diritti minimi che la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori garantirebbero a tutti.


I lavoratori del Porto di Civitavecchia sono reperibili 24 ore ma vengono assunti e licenziati ogni giorno. «E’ impensabile programmare una pizza con i bambini figuriamoci una vita – racconta Giancarlo – se ti chiamano devi scappare, se ti rifiuti vai in coda alla lista, prendiamo 8 euro l’ora è ovvio che ci aiuta la famiglia». La famiglia è il nuovo welfare. Si è detto tante volte. Senza l’aiuto dei genitori, tanti di questi ragazzi non riuscirebbero a coprire le spese. Ma la famiglia è anche quella sognata, quella che magari una persona vorrebbe formare con il suo compagno. Ad averci casa, lavoro, condizioni. «Il Governo si riempie la bocca parlando di sacralità della famiglia, ma mi dicono come fanno due precari a formarsene una? – dice Daniele, precario Alitalia da 5 anni – io prendo 750 euro al mese, 8 mesi lavoro, il resto sto a casa, o mi aiutano i miei o trovo un lavoretto a nero». Ed eccoli tra i manifestanti i genitori dei precari: Giulio, ferroviere in pensione ha una figlia che lavora al Ministero degli Interni che, come dice lui, «aspetta e aspetta». «Siamo venuti qui per solidarietà – dice con la moglie – con tutti i ragazzi, tutti i genitori dovrebbero accompagnare i propri figli in questa lotta. Mia figlia vive con noi, ai nostri tempi una casa in affitto si poteva prendere, oggi costa quanto uno stipendio, se ne rende conto Berlusconi quando dice che vuole rilanciare l’economia?».


Ci sono i ricercatori universitari e i precari dell’Ispra, di cui l’Unità si è occupato tante volte. Pietro porta al collo un cartello con su scritto “gratis non è lavoro”. E’ un architetto a partita iva, «una trappola per molti lavoratori che sembrano autonomi ma che in realtà sono solo sfruttati». E poi ci sono i giornalisti precari, che per la prima volta sono scesi in piazza e si sono riuniti in un unico coordinamento cittadino. Nell’ultimo anno sono nati in ogni regione organizzazioni e collettivi di redattori che denunciano le condizioni inumane in cui lavorano. «I lettori pensano che siamo una casta – dice Matteo del coordinamento romano “Errori di Stampa” – che facciamo un lavoro privilegiato con un buon stipendio: niente di più lontano dalla realtà. Ogni giornale che leggete è fatto anche con il lavoro dei precari che prendono pochi euro a pezzo e non hanno alcun diritto, nel settore del giornalismo ci sono 24mila collaboratori atipici o senza contratto a fronte di 20mila stabilizzati. Raccontiamo i fatti più importanti che accadono in Italia e nel mondo solo con la nostra passione ma al prezzo di tante frustrazioni e questo incide anche sulla libertà d’informazione perché ci rende schiavi e ricattabili». E a loro in particolare si è rivolto Nichi Vendola: «Trovo molto importante la presenza dei giornalisti precari dentro questa mobilitazione. Giornalisti ricattabili come vuoti a perdere sono sintomo di un degrado democratico che ci deve preoccupare». Ma ci sono anche gli psicologi e gli psichiatri del terzo settore, come Chiara Barbato che, dopo anni di studi ha scelto di lavorare nel sociale perché credeva «nella salute come diritto di tutti». «Lavoro in tre centri con i disabili psichici, ho un contratto a progetto, di fatto mi viene chiesto di rinunciare ai miei titoli eppure io ha dedicato la vita ai miei studi perché i miei utenti avessero il meglio dal servizio pubblico».


Un gigantesco tricolore chiude il corteo. Tra gli altri lo porta anche Anna, precaria di 57 anni e madre di un disoccupato di 22 anni: «sostengo con amore questa bandiera perché io e mio figlio non ce ne andiamo, rimaniamo qui a lottare, se ne vada questo governo che non ci rappresenta» . Sul palco salgono gli attori della serie cult (ora film) Boris, «volevamo restituire qualcosa a questo bel momento di riscossa civile – dice Pietro Sermonti, alias “Stanis” - ci ha onorato che ci abbiano chiamato perche “Boris” rappresenta in metafora l’orrore del paese in cui c’è il governo dei peggiori , il messaggio è che non paga stare nella legalità». Ma è il messaggio del presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro a scaldare la piazza, «Quando scrivemmo la Costituzione volevamo che ogni persona potesse realizzare i propri diritti. L'Italia non è più capace di garantire lavoro ai propri figli. Mi auguro che i politici trovino la capacità di occuparsi della vostra situazione». Alla politica si appella anche Salvo Barrano, archeologo e uno dei primi firmatari dell’appello “Il nostro tempo è adesso”, «da domani li inchioderemo a mettere in agenda la precarietà e il lavoro. Siamo convinti che da oggi ciascuno sul proprio posto di lavoro, nelle università, nelle imprese faccia tesoro di questa esperienza e abbia uno scatto di consapevolezza pretendendo di essere trattato come un lavoratore con pieni diritti di cittadinanza». La piazza si scioglie dandosi appuntamento allo sciopero generale della Cgil e sapendo di «aver creato una nuova consapevolezza».

 

 

L'Unità, 9 aprile 2011