Il Messaggero

Domenica 10 aprile 2011

Precari: Carmen, Daniele e gli altri che rincorrono borse di studio e part time

 

di Maria Lombardi

 

 

ROMA - Precari anche i sogni, desideri che hanno il respiro d’un contratto, a volte lungo un mese appena. Famiglia? «Per fortuna no», c’è semmai il sollievo d’esser soli e di non dover dividere quei mille euro incerti che nessun amore può far bastare. Ma le famiglie ci sono, «per fortuna sì», quelle di mamma e papà che pagano l’assicurazione dell’auto, l’affitto o garantiscono per gli acquisti a rate di questi eterni figli.


L’aspirazione di Carmen Giampà, biologa romana di 34 anni, «è un contratto a progetto». Il tempo indeterminato «è fuori dal mondo», almeno dal suo e da quello dei tanti che sfilano nel centro di Roma e hanno imparato, come lei, a vivere con l’idea che il futuro - quando arriva - dura non più di un anno. Carmen sorregge con gli altri ricercatori precari dell’Istituto Santa Lucia uno striscione bianco. «Non fateci diventare cervelli in fuga», c’è scritto. Davanti a loro i precari dell’Alitalia, «questi stanno peggio di noi - scherza qualcuno - poveracci, hanno pure studiato tanto per stare qui». Da nove anni Carmen va avanti con le borse di studio che si rinnovano ogni dodici mesi, dopo aver vinto un dottorato di ricerca in Neuroscienze, dopo aver lavorato sei mesi in Canada. All’inizio guadagnava 600 euro al mese, ora circa il doppio, ma lo stesso fatica ad arrivare a fine mese. «Ci sono colleghi che sono andati in pensione senza aver mai avuto un contratto a tempo indeterminato. Noi ci sentiamo doppiamente precari: abbiamo contratti a termine in una struttura che da due anni rischia di chiudere. Ma io amo il lavoro di ricerca e mi fa rabbia pensare che dovrei lasciare il mio paese per essere apprezzata per quello che faccio». Un compagno, ma nessun progetto di famiglia e nemmeno di casa, «comprarla è impossibile, non mi darebbero il mutuo. Un figlio non posso permettermelo».


Daniela Amore, 35 anni, siciliana, vive a Roma e rimpiange il suo passato di insegnante precariaperché il presente è peggio. Laurea in Lettere classiche a Pisa, scuola di specializzazione e poi l’insegnamento, «ne sono orgogliosa, purtroppo mi stanno togliendo la possibilità di farlo. Fino al 2009 riuscivo a lavorare con continuità tutto l’anno, adesso passo mesi e mesi senza un incarico. L’anno scorso ho cambiato sei scuole ed è un grande dolore insegnare così. Vado avanti grazie al welfare familiare, senza l’aiuto dei miei genitori dovrei trovare qualcos’altro».


Daniele, 33 anni, si sente talmente precario da aver paura a rivelare il suo cognome. E’ uno stagionale part-time dell’Alitalia dal 2006: servizio di terra, carico e scarico merci. «Lavoro otto mesi l’anno, quattro di fila e poi uno di sosta. Guadagno 750 euro al mese, sono costretto ad arrangiarmi con altri lavori. Ne avevo trovato uno in una sala giochi, trenta euro al giorno. Non era male, è andato avanti per un po’, ma adesso il proprietario mi ha mandato via perché ha preferito prendere uno straniero a quindici euro. Grazie a Dio sono single, se avessi una donna non potrei nemmeno portarla in pizzeria. Pago 450 euro d’affitto. Come faccio? Mi aiuta mio padre».


Cinzia Nannipieri sulla carta un lavoro stabile l’avrebbee anche buono, all’Istituto per il commercio estero. «Sono una vincitrice di concorso a spasso, con altri 107», a trentacinque anni, una laurea in Scienze politiche, un master in relazioni internazionali, non sa quando arriverà il suo turno. «Dopo un anno ancora non è stato assunto nessuno dei vincitori per i tagli e il blocco del turn-over. Ci hanno detto che l’ultimo in graduatoria potrebbe essere assunto tra dodici anni. Intanto lavoro per un istituto di ricerca di mercato con contratto di progetto a scadenza mensile». Quando otterrà il lavoro che si è conquistata, forse avrà i capelli bianchi come quelli delle maschere che per protesta indossano i colleghi.

Bianco è il colore di «chi si sente nessuno, perché potrebbero farci fuori da un momento all’altro. Quello che sei e che sai fare, la tua professionalità non importa. Tutti siamo uguali».

E bianco è il camice di Roberta Alani, scienziata di 35 anni da 11 precaria dell’Ispra, istituto superiore protezione e ricerca ambientale. Come bianco è il volto di plastica che la nasconde. Si inginocchia con gli altri, improvvisando un flash-mob, e un signore vestito di nero che rappresenta il governo spara nel mucchio. «Nel 2009 per due mesi siamo rimasti a protestare sul tetto dell’istituto, a Casalotti. Avevano mandato via duecento precari e altrettanto volevano farne fuori. Con la nostra lotta siamo riusciti a impedirlo. Adesso ho un contratto annuale da Cococo, ma per un anno e mezzo non ho visto lo stipendio. Nel frattempo ho vinto un concorso ma aspetto ancora di essere assunta». Roberta fa parte dell’associazione «Non sparate alla ricerca».


«Noi siamo precari invisibili», Laura Calderoli, architetto di 36 annisfila col cartello «Iva sei partita». Finti liberi professionisti, spiega, «siamo dipendenti con la partita Iva. Lavoriamo in società o studi a tempo pieno ma senza alcun contratto, nemmeno quello di consulenza. Ci sono colleghi che fanno progetti e prendono 4 euro l’ora». Gianfranco Masci, blogger cinquantenne, sorregge la bandiera tricolore e protesta contro questa «Italia precaria. E’ una questione anche democrazia, non solo di lavoro». E’ in piazza per sua figlia Liuba che ha due lavori che non valgono uno.

 

 

 Il Messaggero, 10 aprile 2011